Galleria

𝐀𝐫𝐭𝐞𝐔𝐭𝐨𝐩𝐢𝐚

ArteUtopia nasce nel 1994 come Agenzia di ideazione e produzione di eventi culturali e di intrattenimento.
Ha realizzato e prodotto mostre, convegni e spettacoli in collaborazione con enti e Istituzioni pubbliche e private, nazionali e internazionali come Regione Lombardia, Provincia di Milano, Comune di Milano, Lucasfilm, Adelphi Edizoni, Teatro Smeraldo, Fondazione Arte e Civiltà. Fondazione Trussardi, Stephen Kasher Gallery, Musei di P.ta Romana, Museo Bugatti Valsecchi, Regione Piemonte e Regione Liguria.

Lavora prevalentemente nel settore dell’arte contemporanea, della fotografia e dell’illustrazione e nella gestione e organizzazione di mostre, convegni e spettacoli teatrali e musicali.


MOSTRA IN CORSO

𝐆𝐢𝐚𝐧𝐧𝐢 𝐆. 𝐆𝐚𝐥𝐚𝐬𝐬𝐢

𝐋𝐢𝐠𝐡𝐭 𝐚𝐧𝐝 𝐝𝐚𝐲 - 𝐚𝐫𝐜𝐡𝐢𝐭𝐞𝐭𝐭𝐮𝐫𝐞 𝐬𝐭𝐫𝐚𝐨𝐫𝐝𝐢𝐧𝐚𝐫𝐢𝐞

𝐈𝐧𝐚𝐮𝐠𝐮𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐦𝐞𝐫𝐜𝐨𝐥𝐞𝐝𝐢̀ 𝟑𝟎 𝐒𝐞𝐭𝐭𝐞𝐦𝐛𝐫𝐞 𝐨𝐫𝐞 𝟏𝟖.𝟑𝟎

(𝐈𝐧 𝐞𝐬𝐩𝐨𝐬𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐞 𝐯𝐞𝐧𝐝𝐢𝐭𝐚 𝐟𝐢𝐧𝐨 𝐚𝐥 𝟏𝟒 𝐧𝐨𝐯𝐞𝐦𝐛𝐫𝐞 𝟐𝟎𝟐𝟎)

La cultura contemporanea lascia agli artisti il compito di rimodellare il tempo, lo spazio e le forme del reale con una libertà che stimola e ridefinisce gli strumenti: fotografia, grafica, e un segno quasi pittorico si incontrano e si dividono in un linguaggio che non è solamente “figurazione” e trasposizione estetica: ad una lettura più attenta si scorgono tutti i motivi di complessità e di ansia che attraversano il nostro tempo. 

La “polis”, la città come l’abbiamo conosciuta nei libri di storia e nelle tele dei grandi maestri del passato, si sgretola davanti allo stupore delle nuove città.

Gianni Galassi si confronta con la fotografia all’intersezione tra racconto, simbolo e illusione.

Luoghi reali e immaginari, palazzi che incrociamo ogni giorno e non vediamo, silenzi che annegano nei colori e nelle forme di una città ideale.

Le geometrie secche e silenziose delle fotografie di Gianni Galassi prendono forma da prospettive e particolari, dove però riusciamo a riconoscere i dettagli di un balcone, o di un cielo follemente blu dietro una parete, come il cielo dietro le teorie di nitidi balconi che è già ineluttabile passato, archeologia metropolitana in un futuro presente.

Gianni G.Galassi declina il suo alfabeto artistico alla luce che crea e nasconde, dove la prospettiva diventa illusione, e la narrazione si coagula nella celebrazione dell’Immagine, autentico moloch del nostro tempo.

𝐋𝐚 𝐌𝐨𝐬𝐭𝐫𝐚

Nelle Circa 35 fotografie di grande formato esposte nella mostra, Gianni Galassi ci propone una maestosa e abbagliante prospettiva nell’osservazione dell’architettura delle nostre città, in un suggestivo percorso di luce e ombre che spesso si accosta alla pittura metafisica. 

Le immagini saranno tutte accompagnate, in didascalia, dal nome del manufatto e dell'architetto.

𝐋’𝐚𝐮𝐭𝐨𝐫𝐞

Gianni Galassi, nato a Milano nel 1954, a 16 anni debutta come fotografo di still-life. Nel 1979 l’altra sua grande passione, quella per il cinema, lo porta a Roma a lavorare nell’industria cinematografica. Oggi si occupa di post-produzione cinetelevisiva. Non ha mai smesso di fotografare. Ha esposto a Venezia, alla Fondazione Cini, nel 2010. Nel 2009 a Roma, alla Galleria Luxardo, e nel 2007 al Festival della Fotografia e al Museo Nazionale di Palazzo Venezia. In precedenza a Milano, Viterbo ed Atene. Sue opere fanno parte della collezione permanente della Fondazione Cini di Venezia.

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𝐋𝐚 𝐦𝐨𝐬𝐭𝐫𝐚 𝐞̀ 𝐢𝐧𝐬𝐞𝐫𝐢𝐭𝐚 𝐚𝐥𝐥'𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐧𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐫𝐚𝐬𝐬𝐞𝐠𝐧𝐚 𝐏𝐡𝐨𝐭𝐨𝐟𝐞𝐬𝐭𝐢𝐯𝐚𝐥 𝟐𝟎𝟐𝟎

PHOTOFESTIVAL 15TH

MILANO

07.09-15.11 2020

Scenari, orizzonti, sfide. Il mondo che cambia

La quindicesima edizione della rassegna annuale di fotografia d’autore organizzata da AIF - Associazione Italiana Foto & Digital Imaging propone dal 7 settembre al 15 novembre 2020 un programma gratuito di 140 mostre fotografiche diffuse e altri appuntamenti inseriti in un circuito capillare che coinvolge tutto il territorio metropolitano milanese e alcune province lombarde, per promuovere la cultura dell’immagine.

milanophotofestival.it

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𝐆𝐚𝐥𝐥𝐞𝐫𝐢𝐚 𝐀𝐫𝐭𝐞𝐮𝐭𝐨𝐩𝐢𝐚 – 𝐀𝐩𝐫𝐞̀𝐬-𝐜𝐨𝐮𝐩 𝐀𝐫𝐭𝐞 𝐕𝐢𝐚 𝐩𝐫𝐢𝐯𝐚𝐭𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐁𝐫𝐚𝐢𝐝𝐚 𝐧. 𝟓 - 𝐙𝐨𝐧𝐚 𝐏𝐨𝐫𝐭𝐚 𝐑𝐨𝐦𝐚𝐧𝐚
𝐭𝐞𝐥. 𝟎𝟐.𝟑𝟖𝟐𝟒𝟑𝟏𝟎𝟓
𝐝𝐚 𝐦𝐚𝐫𝐭𝐞𝐝𝐢̀ 𝐚 𝐬𝐚𝐛𝐚𝐭𝐨 𝐨𝐫𝐞 𝟏𝟕.𝟎𝟎 – 𝟐𝟒.𝟎𝟎
𝐝𝐨𝐦𝐞𝐧𝐢𝐜𝐚 𝐞 𝐥𝐮𝐧𝐞𝐝𝐢̀ 𝐜𝐡𝐢𝐮𝐬𝐨
𝐈𝐍𝐆𝐑𝐄𝐒𝐒𝐎 𝐋𝐈𝐁𝐄𝐑𝐎
𝐰𝐰𝐰.𝐚𝐫𝐭𝐞𝐮𝐭𝐨𝐩𝐢𝐚.𝐢𝐭 – 𝐰𝐰𝐰.𝐚𝐩𝐫𝐞𝐬-𝐜𝐨𝐮𝐩.𝐢𝐭
𝐢𝐧𝐟𝐨@𝐚𝐫𝐭𝐞𝐮𝐭𝐨𝐩𝐢𝐚.𝐢𝐭

Mostre precedenti

Tra il fantastico e il fantascientifico, le opere proposte da Luigi Pedrazzi ci riportano a una dimensione lontana dalla realtà.
Il talento di maestri molto diversi tra loro, da Moebius a Giger, racconta la non-realtà, l'onirico.
Tra arte e magia, tra sogno e dimensione terrena, le opere guidano lo spettatore in un viaggio all'interno del proprio inconscio.

Luigi Pedrazzi


Il lungo viaggio di queste opere comincia quando Bhajju Shyam lascia il suo villaggio Patanghar e la sua gente, i Gond, per trasferirsi in cerca di fortuna in una grande città ,Bhopal, dove trova lavoro come apprendista nella bottega di un pittore gond.

I gond hanno una tradizione visisva molto singolare, che svolge un ruolo di primo piano nella vita delle comunità. Le capanne in cui vivono sono letteralmente coperte di immagini che raffigurano i soggetti più disparati, dai miti della creazione al pantheon tribale, e poi animali, alberi, diagrammi simbolici e scene di vita quotidiana.

Il suo talento non passa inosservato e viene ingaggiato come illustratore da Tara Book, una delle più importanti  case editrici indiane, per trasferirsi  poi a Londra, dove lavora per editori e gallerie. Viene invitato a Parigi, per una collettiva organizzata dal Musee des Arts Decoratifs e da allora i suoi lavori sono stati esposti in Inghilterra, Germania, Olanda, e  Russia.

L’arte esposta in queste sale non ha nulla a che vedere col realismo, o con la resa prospettica o tridimensionale.
Non rappresenta i propri oggetti, almeno nel senso che in Occidente si dà alla parola rappresentazione.
Piuttosto esprime significati e trae la sua energia da linee fluttuanti, da intricati motivi geometrici e dai simboli che collegano gli esseri umani alla fabbrica del cosmo.

In questi giorni difficili, dove  molte delle nostre certezze si sono rivelate illusioni,  dove abbiamo scoperto la  fragilità delle nostre città, e dove abbiamo ritrovato la consapevolezza dei nostri limiti,   l’arte di Bajiuu Shiam è un messaggio di speranza  e di gioia, dove la natura e l’uomo si mescolano nei colori e nei simboli della vita, in comunione con il mondo che ci ospita,  con  la magica semplicità di una fiaba.
Per i gond l’arte è una forma di preghiera. Il valore attribuito alla pittura è dunque altissimo, oltre il senso commerciale.
E quando il tuo sguardo incontra una bella immagine è segno che quel giorno la fortuna ti sorride

Luigi Pedrazzi


Fotografie, grafica, video, artworks con oltre  oltre 25 immagini di grande formato accompagneranno  il visitatore nel tempio psichedelico e visionario del grande fotografo inglese, dove design, fotografia, cinema e grafica hanno saputo esprimere le intense emozioni di un artista  che  è ancora un riferimento   originale per molti giovani creativi del XXI secolo.

Pochi artisti legati all’iconografia della musica rock hanno avuto un ruolo così determinante ed innovativo come Storm Thorgerson; e non solo perché Storm ha illustrato con le sue nitide e visionarie immagini album ed artisti che oggi sono ormai leggenda: ha fatto di più, ha legato indissolubilmente il suo lavoro a un’idea, allo spirito che quei suoni nuovi diffondevano nella cultura e nella società in cui si formavano.

Utopia e sogno, solennità e magia risolte in un iperrealismo visionario hanno conferito ai suoi lavori  quella straordinaria forza evocativa e provocatoria che sono nel DNA stesso della musica rock.
Una mostra per interpretare la musica come energia irrazionale e quasi magica, dove la creatività dell’artista si afferma negli infiniti mondi possibili che scaturiscono dal suo talento e dalla sua immaginazione.

Dai Led Zeppelin a Peter Gabriel, da Paul Mc Cartney ai Nice , dai Cranberries ai Muse e soprattutto i Pink Floyd, amici d’infanzia e poi compagni di vita, le immagini di Storm Thorgerson rimangono come una insuperata sintesi di talento, tecnica e creatività.

La mostra presenta 41 fotografie, anche di grande formato, tratte dalla nuova e più ampia collezione Jazz Icons, una selezione di fotografie scattate da Roberto Polillo, durante concerti svoltisi in Italia, Francia e Svizzera negli anni '60 e all'inizio degli anni '70. La collezione Jazz Icons viene qui presentata per la prima volta a Milano.

La mostra è dedicata ad Arrigo Polillo (1919 - 1984), padre di Roberto, nel centenario della nascita.  Arrigo Polillo, personalità molto nota nel mondo del jazz, svolse per quasi quarant’anni un ruolo fondamentale nella divulgazione e promozione di questa musica in Italia. A lui è dovuta il fondamentale libro Jazz - La vicenda e i protagonisti, scritto nel 1975, e ancora oggi presente in libreria, dopo oltre venti edizioni.

La mostra, organizzata in collaborazione con Noema Gallery (che rappresenta l’autore in Italia) fa parte anche del palinsesto degli eventi della quarta edizione di JAZZMI, in programma a Milano dal 1 al 10 novembre 2019.

Il cuore della mostra è costituito da un ritorno significativo alla figura umana, affrontata da Rampinelli al principio della sua vita artistica e, da allora, pressoché abbandonata a favore dello studio della natura morta, liet motiv della sua produzione fino al 2018. Le opere costituiscono l’ultima frontiera cui Rampinelli è approdato in seguito a una ricerca artistica costante e coraggiosa. Costante, in quanto affrontata con un metodo e una sapienza tecnica acquisiti in molti anni di pratica, fin dagli esordi del suo percorso nel 1980; coraggiosa in quanto attraverso la sua arte emerge un’indole rivolta a una sperimentazione incessante, confermata dai nuovi risultati raggiunti in seguito alla svolta impressa al lavoro negli ultimi due anni.

L’originalità della produzione artistica rampinelliana sta nella scelta controcorrente di indagare e interpretare la contemporaneità attraverso l’applicazione di tecniche antiche, incisorie e pittoriche, di cui l’artista ha acquisito una conoscenza profonda a cominciare da due esperienze fondamentali per la sua formazione: la Scuola d’Incisione di Urbino e la Scuola d’Arte del Castello Sforzesco di Milano.

“A corpo libero” è la prima mostra collettiva proposta dalla Galleria d’Arte Contemporanea Après-coup Arte di Milano, via Privata della Braida 5, che nasce dalla duplice volontà di presentare una sintesi delle esposizioni personali realizzate dal 2017 a oggi e di proporre un’anteprima dei nuovi progetti pensati per il futuro prossimo.

Il percorso espositivo, che includerà opere di pittura, scultura e fotografia di un gruppo composto da alcuni artisti italiani e un’artista straniera è volto a sottolineare l’apertura della galleria sia nei confronti dei diversi generi artistici, sia delle ricerche e sperimentazioni più audaci, approccio che l’ha caratterizzata fin dalla sua nascita nell’ottobre del 2017.

Il Tempo delle Donne è la festa-Festival organizzata da Corriere della Sera da un’idea de La27esimaOra, si terrà a Milano dall’1 al 15 settembre e avrà il gran finale dal 13 al 15 settembre negli spazi del Palazzo della Triennale.

Con la direzione artistica di Barbara Stefanelli, in questa sesta edizione, attraverso un ricco calendario di eventi che coinvolgerà la città, Il Tempo delle Donne indagherà il tema dei “Corpi”.

Un format unico nel suo genere, che unisce linguaggi diversi, dal giornalismo allo spettacolo, dalla musica al teatro, dal video alla performance artistica, con inchieste dal vivo, conversazioni, interviste, laboratori, concerti, installazioni.

“A corpo libero”, visitabile nella Galleria d’Arte Contemporanea Après-coup Arte di Milano, condivide con le mostre personali finora realizzate il macro-tema del corpo, che ogni artista proporrà e interpreterà attraverso l’originalità della propria visione e l’unicità della propria cifra stilistica. Questa collettiva costituisce per gli artisti coinvolti un’occasione per espandere tale contenuto, già trattato in passato nelle loro ricerche, verso nuovi argomenti collaterali, talvolta inaspettati.

Il corpo, dunque, non è solo il fil rouge che attraversa la mostra, declinato da ogni artista del gruppo con inesauribile desiderio di approfondimento con i mezzi tecnici ed espressivi che ne caratterizzano il lavoro, ma sfocia anche nelle tematiche dell’identità e della perdita della stessa, della memoria, del femminino, della bellezza, della libertà sessuale e perfino del confine.

Inoltre, attraverso la lettura proposta nel percorso espositivo presso gli spazi della Galleria Après-coup Arte, andrà inteso nella sua accezione più ampia, come veicolo di vita, anima, emozione, sogno, magia, paura, ragione e sentimento.

La Galleria Après-coup Arte è animata da una visione che auspichiamo espandersi oltre il suo stesso perimetro, che riteniamo l’accomuni alla filosofia propria a “Il Tempo delle Donne”, ovvero, è concepita come un ambiente vivo, un possibile punto di riferimento per gli artisti e per tutte le persone che, attraverso l’incontro, la condivisione e il confronto, desiderino tessere relazioni dando vita a un humus fertile d’idee, di cultura e d’arte in tutte le sue forme.

ARTISTI PARTECIPANTI:

Elena Mutinelli (scultrice), Eleonora Pozzi (pittrice), Giacomo Vanetti (fotografo), Gigi Piana (artista visivo e performer), Giuliano Del Sorbo (pittore), Katia Dilella (pittrice), Liana Ghukasyan (pittrice), Roberto Rampinelli (pittore e incisore), Valentina Tamborra (fotografa), Giada Mazzini (pittrice e scultrice - courtesy of Die Mauer Arte Contemporanea di Meri Marini, Prato), Gianni Pezzani, Roberto Polillo e Vonjako (fotografi - courtesy of Noema Gallery di Maria Cristina De Zuccato, Milano).

“Mi Tular - Io sono il confine” è un progetto di Valentina Tamborra, realizzato con il sostegno di Visit Norway nel giugno 2018 alle Isole Svalbard, luogo al centro della civiltà, ai margini del rumore.

La mostra fotografica di Valentina Tamborra, a cura della direttrice artistica della galleria Après-coup Arte, Sarah Lanzoni, fa parte del circuito Photofestival 2019 e costituisce una prima selezione del più ampio lavoro sul tema dei confini svolto dalla fotografa. Il progetto è ancora in corso di svolgimento e va inteso come un percorso di studio, approfondimento e riscoperta delle isole Svalbard e dei suoi abitanti, anche per questo destinato a subire ulteriori evoluzioni in futuro.

“Mi Tular” in antico etrusco significa “Io sono il confine”.

In questo lembo di terra ghiacciata incastonato nel Mar Glaciale Artico, orsi polari e uomini si contendono un confine invisibile. La parola “Tular” riporta alla mente il mito dell’Ultima Thule, l’ultima isola al di là del mondo conosciuto. Per lungo tempo le Svalbard - isole dove in inverno la temperatura scende fino a -35°, la luce è un miraggio che dura poche ore al giorno e gli orsi polari superano numericamente gli abitanti - sono state meta di lavoro per un periodo limitato, luogo di passaggio in cui fare qualche soldo per costruire poi la propria vita sulla terraferma. Tuttavia, negli ultimi anni le persone che decidono di rimanere sono sempre più numerose. Ad oggi, si contano circa 2200 abitanti e 3500 orsi polari.

Una società variegata e multietnica: 40 le nazionalità presenti sull’arcipelago, anche grazie al Trattato delle Svalbard, il cui articolo numero 3 sancisce la piena libertà di diventare cittadino legittimo senza necessità di visto.

Valentina Tamborra è andata a scoprire più da vicino chi sono le persone che hanno deciso di stabilirsi in questo remoto angolo di mondo, da loro stesse definito una “bolla”. Minatori e scienziati, allevatori di cani da slitta, filosofi che per sbarcare il lunario fanno gli idraulici, chef che aprono ristoranti gourmet con la più grande selezione di vini in Europa, in un luogo dove l’alcol è razionato. Un minatore che nel tempo libero scrive fiabe per bambini e redige un vero e proprio “giornale della miniera”. Maestri elementari che sono anche pompieri e guide turistiche. Uomini ambiziosi che, mentre costruiscono una barca per solcare i mari dal Polo Nord al Polo Sud, trovano il tempo di avviare un progetto enorme, l’Arctic World Archive, la più grande “biblioteca/archivio” di tutto il sapere del mondo all’interno di una miniera dismessa e di mettere in piedi un coro composto da minatori, un prete, il direttore dell’ospedale e un carpentiere.

E poi Pyramiden: insediamento minerario russo semiabbandonato ormai dal 1998. Città fondata nel 1910 da minatori svedesi, venne venduta alla compagnia mineraria Russkij Grumant e, in seguito, nel 1930, alla Arktikugol che tutt’ora ne è proprietaria, pur rimanendo terra norvegese. Un insediamento costruito per ospitare circa 1000 persone - non solo minatori ma anche le loro famiglie e un ufficio del KGB -, fornito di ogni comodità. Oggi, in questo luogo a ridosso del ghiacciaio Nordenskjoldbree dove comunicare è possibile solo grazie a telefoni satellitari o via radio, vivono 11 persone.

Dalle miniere alle scuole, tra notti senz’alba e giorni senza tramonto, Valentina Tamborra ha seguito i loro passi, imparando che non esiste un solo luogo al mondo dove un essere umano non possa ritagliarsi il proprio piccolo angolo di normalità. In questo avamposto ai confini del Polo Nord s’incrociano storie apparentemente lontanissime fra loro: norvegesi, tedeschi, francesi, italiani, russi, ucraini, cileni e thailandesi vivono qui, fianco a fianco, in un mix pacifico di lingue, culture, etnie e religioni. Dove la natura è letale, gli esseri umani devono trovare un nuovo equilibrio per sopravvivere.

 Le Svalbard, la voce delle isole che prende corpo e si racconta, vengono svelate attraverso i loro occhi, attraverso la vita di tutti i giorni, in uno dei luoghi più remoti del pianeta, lontano da tutto ma a tutto collegato.
Questo è il confine. Questa, forse, è davvero l’Ultima Thule.


La mostra intende valorizzare il concetto di: “Un’umanità viva, forte e pulsante che lotta instancabilmente per la sopravvivenza e per difendere le memorie di cui rischia di rimanere orfana”, così come afferma Elena Mutinelli.

Il percorso espositivo si configura come una metafora della vita, ovvero, come una storia di cui non si conosce il finale. Le opere, molte delle quali inedite, cariche d’erotismo e ironia, suggeriscono al riguardante di costruire una propria linea narrativa e lo inducono a riflettere su vizi, virtù, tabù, contraddizioni e aspirazioni del genere umano.

La connessione tra le sculture, le tavole scolpite e i disegni presentati presso la Galleria Après-coup Arte, non è solo di natura iconografica e iconologica ma riflette anche il sentire della Mutinelli, intende rispettare lo slancio irrazionale che contraddistingue l’approccio al suo lavoro.
Ogni opera va intesa come un’allucinazione, un’idea colta nell’istante in cui si manifesta per la prima volta, una folgore in grado di rapire improvvisamente l’osservatore.

La sua arte restituisce sacralità al corpo in quanto tempio in grado di comunicare messaggi importanti e di “parlare” attraverso la forma, l’energia e la forza che emana. I corpi nudi, scolpiti o disegnati, appartengono a esseri liberi, siano essi uomini, donne, dèi, semi-dèi, eroi antichi e moderni, figure mitologiche o creature ibride scaturite direttamente dalle sue ossessioni.

Le sue figure ibride, rese con eguale forza espressiva e pari capacità tecniche, sia che impieghi il marmo, sia che si esprima con l’argilla o il bronzo, sconfinano in una mostruosità enigmatica e affascinante.

“Silenzi coscienti” intende valorizzare l’evoluzione dell’iter artistico di Giada Mazzini dalle origini a oggi, sottolineando la varietà di tecniche, di media e linguaggi espressivi che negli anni ha affrontato, con particolare attenzione alla più recente produzione, perfettamente incarnata dall’opera “Blue woman” del 2018.

Nella sua poetica, l’acciaio assume il valore di vero e proprio simbolo e riflette i concetti di energia positiva e dinamismo. La freddezza che per antonomasia caratterizza questo materiale è complementare alla sensualità insita nel suo stesso movimento, cui l’artista riesce sapientemente a dar risalto.

La dinamica che conferisce all’acciaio nelle sue sculture, lavorandolo con la fiamma ossidrica come nell’opera “Istante”, piegandolo con le mani e con tutto il corpo fino a fargli assumere la forma desiderata, è lo specchio della sua tenacia caratteriale e del suo beat interiore, determinato dal denso flusso di emozioni che scorrono in lei.

Le torsioni e gli intrecci che imprime alla materia nascono ogni volta da momenti di profonda introspezione e riflessione. Nella produzione scultorea, l’uso dell’acciaio è arrivato in seguito, preceduto e abbinato a quello del legno.

Giada Mazzini ha scelto un figurativo non convenzionale, “un figurativo dell’animo”, come da lei stessa definito, coniando uno dei tanti neologismi di cui il suo linguaggio è costellato e dai quali nasce anche il titolo della personale. La sola pratica di un’arte figurativa non poteva contenere l’immenso e faticoso lavoro introspettivo dell’artista. Da qui l’interesse per una produzione di opere di natura astratta, che le ha consentito di manifestare con maggiore libertà espressiva i tanti volti della sua ricerca.

Gli autoscatti del 2011, che costituiscono la serie “Oltre lo sguardo”, possono considerarsi i disegni preparatori di opere realizzate negli anni a venire. Insieme a molti altri saggi fotografici rappresentano un interessante materiale privato di studio dell’artista.

La fotografia, dunque, è una componente fondamentale del processo creativo da cui i suoi lavori scaturiscono: tecnica rimasta a lungo latente nel suo percorso, funge da pretesto per impressionare ogni emozione e sfumatura dell’animo. “Oltre lo sguardo” contiene il seme che ha generato il processo di metamorfosi che l’ha condotta a realizzare i lavori inediti della mostra “Silenzi coscienti”, come le serie di acquerelli “Fluid emotion”, “She” e “Instant”, che riflettono un’accurata ricerca e un’originale interpretazione del corpo femminile.

Giada Mazzini attualmente vive un momento creativo molto positivo che si riflette nella sua arte, dovuto al recente raggiungimento di un equilibrio tra la donna pragmatica e l’artista sognante che convivono in lei, talvolta percepite come inconciliabili. L’unione di queste due nature, così diverse ma complementari una all’altra, ha determinato una rinascita che si manifesta attraverso una produzione artistica in cui ogni emozione confluisce e trova concretezza in un’opera che la rappresenta perfettamente.

La scelta del titolo “Dialoghi” intende evocare la stretta connessione esistente tra il lavoro pittorico e quello di scrittura.

Le tele esposte incarnano i due percorsi di ricerca artistica sviluppati parallelamente dalla pittrice dal 2014 a oggi. Sette opere - di cui un dittico - dedicate alla scrittura e una dal carattere pittorico dialogano tra loro, riflettono e condividono l’approccio scrupoloso al lavoro di quest’artista, la tavolozza cromatica dai tenui toni pastello, la pennellata e il tratto delicati, il senso metafisico trasmesso dalle immagini.

Le due produzioni si esprimono in risultati finali molto diversi che in comune conservano un elemento fondamentale: una ricerca basata sulla lettura approfondita di testi di varia natura dai quali scaturisce un pensiero che la Dilella trasferisce, a livello estetico e di contenuto, nelle sue opere.

Katia Dilella da tempo conserva nei suoi cassetti alcune scatole che contengono le poesie, i racconti e i pensieri che ha scritto in quaderni e fogli sparsi nel corso degli anni -spiega Sarah Lanzoni, Direttrice Artistica e Curatrice della Galleria d’Arte Après-coup- Non avrebbe mai pensato che il suo amore per la scrittura si sarebbe unito, non solo idealmente ma anche formalmente, a quello per la pittura”.

In particolare, nei lavori di scrittura, l’occhio percepisce a distanza lo spazio vuoto ma, a uno sguardo più ravvicinato, l’osservatore si ritrova stupito e impegnato a scrutare un microcosmo di particolari dalle dimensioni infinitesimali. Macchie di parole si espandono, evaporano in migliaia di lettere che è possibile percepire soltanto quando ci si avvicina sensibilmente alle tele. La tecnica si fa naturale portatrice di un messaggio: ricordare a ognuno di noi di scavare oltre la superficie di un’opera d’arte, per darne una lettura su tutti i piani, completa e profonda.

Nella produzione di carattere prettamente pittorico, il lavoro dell’artista inizia dalle immagini memorizzate di paesaggi urbani e di particolari d’interni. I suoi sono zoom o flash di ricordi sui quali la mente si sofferma, dai quali entra ed esce continuamente sfruttando una memoria visiva consapevolmente allenata nel corso degli anni.

Per la Dilella, dunque, la tecnica può considerarsi uno strumento funzionale al racconto della propria anima.

The Art of Shade  è un progetto di fotografia fine art che nasce nel 2016 tra le strade di Los Angeles, con l’intento di realizzare fotografie di soggetti ritratti in numerosi murales da diversi street artist, talvolta ignoti.

Curata da Noema Gallery e Après-coup Arte, la mostra presenta oltre 30 opere fotografiche, nelle quali Vonjako ha inserito gli occhiali da sole creati dal suo amico Saturnino come accessorio indossato dai soggetti nelle fotografie, più o meno celebri e riconoscibili, come Charles Bukowski, Scarlett Johansson o Albert Einstein.

Questo escamotage crea un gioco di sguardi tra il soggetto della fotografia e il visitatore che, non solo mette in evidenza l’approccio ludico e giocoso del fare arte di Vonjako, ma rivela anche la volontà dell’artista di fermare nel tempo un angolo di città che prima o poi potrebbe scomparire o mutare drasticamente, proprio perché bellezza dellastreet art è quello di essere espressione di un’arte effimera, dal carattere «non permanente», come ama sottolineare Vonjako.

Un eros ritualizzato che pochi conoscono e che invece aiuta esprimere al meglio sè stessi, permette un ampliamento dei propri orizzonti, induce la ricerca dei limiti e delle possibilità più estreme del corpo e della mente.

Ma soprattutto un eros che richiede fiducia, complicità, intmità, rispetto e dialogo reciproco. In una parola, Amore.

C’è tutto questo nelle opere di Eleonora Pozzi che compongono la mostra “Nemesi”, esposte dal 10 maggio al 13 luglio alla Galleria Après-coup Arte di Milano, e raccontano la sottomissione sessuale volontaria di una donna a un uomo nell’ambito di un rapporto consenziente, l’accettazione di un “rito privato” che, dall’esterno, potrebbe essere stigmatizzato come violenza.

Ma nel pensiero e di Eleonora Pozzi la violenza nulla c’entra.

Il bisogno in tutti noi di intellettualizzare le pulsioni sessuali, questo sì.

Un arco di tempo in cui nulla diventa proibito, dove sottomettersi vuol dire affidandarsi al partner, esprimere parti di noi stessi altrimenti soffocate, incanalare le proprie energie in emozioni e sensazioni del tutto nuove.

“Nemesi” apre di fatto una finestra sul BDSM (acronimo per Bondage & Discipline, sottomissione e Masochismo), giochi di potere e di autorità la cui bellezza e profondità sfuggono ai più, pronti a barricarsi dietro a pregiudizi, stereotipi, leggende.

Dominio e sottomissione sono dinamiche che già esistono nella nostra quotidianità. Nell’intimità vengono semplicemente rielaborate, per una eccitazione mentale -  dimensione molto più femminile che maschile – che porta a relazioni erotiche affascinanti, intime, nonché sicure perchè basate sulla responsabilità e il consenso di entrambe le persone coinvolte.

L’abbandono al supplizio della passione, senza interferenze della mente, come atto d’amore assoluto: è semplicemente questo l’assunto che traspare dalle opere di Eleonora Pozzi.

Ma affiché la “nemesi” erotica possa compiersi, la conditio sine qua non alla base della decisione di sottomettersi a una persona incondizionatamente, è che nella coppia vi sia amore: il solo che possa ammettere il gioco erotico estremo in ogni sua sfumatura.

Da Après-coup Arte dieci opere, nove delle quali divise in tre differenti trittici srotolano le tre fasi del rapporto dominante/dominata (Attesa, Punizione, Atto), oltre a un’ultima tela, “Amore/In Finem”, solo in apparenza la parte più poetica e romantica della ricerca di Eleonora Pozzi.

Attraverso la combinazione di diversi materiali, dalla tela di iuta al cemento, dalle resine al gesso e alla carta riciclata, la Pozzi evidenzia le torsioni, talvolta innaturali, e l’affaticamento intimo cui è sottoposto il corpo femminile. Aspetti che si riflettono in pittura con il mancato rispetto delle corrette proporzioni anatomiche dei corpi e la deformazione nelle linee del disegno.

Attesa, Punizione e Atto trovano nell’espressione artistica la giusta risoluzione, disegnando l’atto di dominazione e sottomissione, durante il quale la donna si fonde innanzitutto con il proprio Io più profondo e libero.

Ciò che piacevolmente colpisce è notare come la materia pittorica in parte sfugga a tratti al controllo dell’artista, così come sfugge alla mente la capacità di autocontrollarsi durante la parabola del gioco erotico, sotto le fluttuazioni dell’eros.

E in questa interpretazione dell’atto erotico gli elementi materici che invadono lo spazio pittorico acquistano forza e vitalità dando un senso alla trama e divenendo parti inseparabile da quei corpi femminili che paiono svanire.

“Nemesi” è dunque il racconto della ricerca tutta femminile di vivere il sesso con irrefrenabile immaginazione, senza clandestinità, provando a sdoganare, almeno nell’arte, l’equilibrio precario fra tabù, trasgressioni e normalità.

In mostra 20 fotografie realizzate su pellicola di fine anni Settanta e inizio anni Ottanta. Il lavoro di Gianni Pezzani non è concentrato sulla ricerca del colore nella realtà, ma sulle potenzialità dello stesso in fase di post-sviluppo: negativi alla mano, il fotografo munito di pennello, acidi e soluzioni agisce sulla pellicola per modificarne gli effetti, esplorare nuove possibilità e creare un approccio pittorico alla fotografia. Approccio, quello alla pittura, che caratterizza la produzione artistica del fotografo anche per gli anni a venire.

Nei suoi lavori, racconti onirici di un vissuto ben preciso che evidenziano un legame strettissimo con il pensiero, Gianni Pezzani ha da sempre espresso un grande amore per il linguaggio fotografico che lo ha portato a essere uno dei primi fotografi italiani ad approfondire lo studio sul colore, affrancandosi dal predominio del bianco/nero, guardando alle “gerarchie dei viraggi” in sostituzione dei sali d’argento.

I lavori presentati da Après-coup Bistrot mostrano come Gianni Pezzani “reinventa un non-colore della fotografia, un colore alienato si potrebbe anche dire, che non è bianco e nero, non è quello chimico delle grandi industrie della pellicola e delle carte a colori. Ma c’è altro perché il fotografo scopre una stesura dei viraggi che ha un rapporto diretto con la pittura che lo accompagnerà negli anni: col pennello, con un bastoncino che ha in cima dell’ovatta fa scorrere soluzioni, acidi sulla superficie, ottiene così determinati colori ..().. e sottende, naturalmente, tutto ciò che la coscienza, il livello conscio, pone ai margini, le pulsioni, le scritture dell’inconscio; per Pezzani il viraggio è, probabilmente, un modo per far affiorare quegli strati più profondi e per porli, dunque, in chiaro”. (Arturo Carlo Quintavalle, “Gianni Pezzani - Ombre”, Skira 2013).

Per lei la bellezza ha un’altra forma. Le sue storie dipinte, ricolme di passione e sofferenza, raccontano con forza disarmante di lei e, inesorabilmente, anche della sua identità di donna e artista armena.

Di quello che i suoi occhi hanno visto, di quello che la sua anima ha vissuto.

Di quello che, quale osservatrice attenta della realtà, da sempre si appunta e conserva.

Liana Ghukasyan, nata in Germania nel 1986 ma cresciuta in Armenia, nella regione Vahan nella provincial di Gegharkunik sul confine dell’Azerbaijan, si esprime in maniera estremamente diretta, nella vita così come nell’arte.

La sua ricerca artistica è, al contempo, indagine aperta sulle proprie emozioni più intime nonché espressione silenziosa di una identità armena molto forte.

La drammaticità che esprimono i suoi lavori viene raccontata dall’artista in maniera talmente nuda e schietta, senza filtro alcuno. Lo sgomento, l’inquietudine e il senso di turbamento che trasmettono sono in perfetto equilibrio con la spiccata vivacità che emerge dalle immagini dipinte.     

L’efferatezza dei suoi racconti viene esaltata da una tavolozza di pochi colori scelti per comunicare in maniera diretta un messaggio privato, eppure universale.

Dal suo mondo e dalla sua fantasia, dalla poesia delle sue pennellate e dei suoi disegni, nascono corpi deformati, figure a volte caricaturali, sempre in bilico tra la realtà e la fantasia, tra il grottesco e il surreale, eppure incredibilmente veri e graffianti, che parlano di carnalità e d’amore.


Intreccio e Trasparenza. Sono queste le due parole chiave per potersi immergere e comprendere l’arte di Gigi Piana, artista visivo e performer, unico nel suo genere.

La mostra è una riflessione sulla ricerca del movimento attraverso un linguaggio che è cifra stilistica dell’artista: stampe fotografiche su acetato trasparente tagliate in strisce orizzontali e verticali, quindi tra loro intrecciate e fissate sul telaio della cornice.

Il risultato è uno straordinario movimento di corpi nudi scomposti, ricomposti e intrecciati da Gigi Piana, che vanta una collaborazione pluriennale sia con Stalker Teatro di Torino sia con Michelangelo Pistoletto a Cittadellarte a Biella. Attraverso le opere in mostra emergono sorprendenti giochi di sguardi tra l’osservatore e i soggetti ritratti dalla fotografa polacca Ewa Gleisner.

A Milano Gigi Piana espone nove opere di varie dimensioni, cinque delle quali realizzate ex novo per la galleria Après-coup Arte. Fra tutte le “trame” che saranno esposte va segnalato in particolare il trittico “free_still#olga_2” con il quale l’osservatore potrà interagire, facendolo scorrere su binari predisposti, sovrapponendo o separando i diversi livelli che lo compongono.

Gli stop, in cui i danzatori sono stati fotografati, nella produzione di Piana sono resi a livello iconografico in maniera dinamica e rappresentano i momenti della vita in cui l’essere umano tira le somme, in cui si ferma e osserva i punti da cui è partito e dove è arrivato.

Ogni performer è stato ritratto in scatti che registrano il movimento libero del soggetto durante l’azione, a partire dalla posizione fissa della prima foto in ordito. Le immagini singole sono state in seguito sovrapposte a formarne una sola.

Chiodi e filo per esprimere la profondità e la verità di una dimensione tutta al femminile. La String-Art che Silvia Lana e Ilaria Marchesini, in arte Parallel Lines presentano nellla mostra We R All SLAVES To Pussy (Siamo Tutti Schiavi Della Vagina) è un’ulteriore testimonianza di come l’arte possa raccontare le donne secondo prospettive diverse, aiutando le persone a riflettere.

Il titolo della mostra può essere inteso come un esplicito richiamo alle tematiche che vengono affrontate dalle due artiste nelle loro opere, perfettamente sintetizzate nella campagna #nonsibaratta che Silvia e Ilaria portano avanti dall’inizio del 2017 per denunciare quanto vissuto in prima persona, vedendosi richiedere favori sessuali in cambio della possibilità di esporre o vendere le proprie opere.

Lavori come Nuvola di Sera, EldaMaria o il dittico composto da WankBand con l’utilizzo di oltre 150 preservativi, e da Federica, richiamo esplicito all’atto masturbatorio, esprimono l’intento di comunicare messaggi provocatori, riflesso di qualcosa di più grande che accade nella società.

Silvia Lana e Ilaria Marchesini si concentrano sull’universo femminile, raccontano le loro storie con centinaia di chiodi e infiniti metri di filo che vi girano intorno, e sottolineano che l’arte non può certo placare la violenza sulle donne, ma contribuire a cambiare la cultura di una società conflittuale e feroce sì.

Saranno le figure umane in movimento del pittore Giuliano Del Sorbo, classe 1956 da Aylesbury in Inghilterra, a inaugurare venerdì 6 ottobre la mostra “Human Wave” nel nuovo spazio espositivo Après-coup Arte, nato in via Privata della Braida 5, nel quartiere di Porta Romana.

In esposizione presso Après-coup Arte, che ospiterà otto mostre all’anno senza alcun costo per gli artisti, dieci opere a tratteggiare una sintesi dell’evoluzione del segno di Giuliano Del Sorbo, dove sono subito in evidenza l’energia e la consapevolezza del gesto, nonchè il grande respiro che accompagna la pennellata.

Un “fare artistico” che potrà essere anche vissuto live in occasione dell’inaugurazione di venerdì 6 ottobre dalle 18.00 alle 22.00, grazie alla creazione in diretta di due opere, e di una terza opera il giorno succesivo, sabato 7 ottobre sempre dalle 18.00 alle 22.00.

La “Human Wave Live Exhibition” - così come la definisce lo stesso artista - è infatti un’azione pittorica dal vivo, che permette al pubblico di vedere la genesi di un’opera d’arte, e a Milano Giuliano Del Sorbo la realizzerà accompagnato dalla tastiera di Daniela Ferrati e dalla voce recitante di Lucia Ferrati.

Nelle opere di Del Sorbo, i cui riferimenti artistici vanno da Raffaello a Modigliani, da Picasso a Giacometti e Bacon, sino ad arrivare al fotografo inglese Eadweard Muybridge, considerato uno dei padri della fotografia in movimento, la figura umana è riferimento costante, ove il colore e la sicurezza del tratto pittorico raccontano al meglio un’onda umana che si muove tra lo spazio e il tempo, tra lo spirito e la materia, dentro e fuori le tele in cui è rappresentata.

La solennità delle pose e la gestualità delle figure raccontano il realismo dei corpi dipinti, che prendono vita grazie ai disegni sui quali si appoggiano gli impasti densi dei colori.

“La materia pittorica risulta al tatto sorprendentemente levigata e quasi del tutto priva di spessore, nonostante siano visibili i diversi strati di olio, frequentemente combinato all’uso dell’acrilico e steso per successive sovrapposizioni”.