Elena Mutinelli – Fino a qui noi siamo

ELENA MUTINELLI.

Il percorso espositivo si configura come una metafora della vita, ovvero, come una storia di cui non si conosce il finale eintende valorizzare il concetto di “un’umanità viva, forte e pulsante che lotta instancabilmente per la sopravvivenza e per difendere le memorie di cui rischia di rimanere orfana”, citando le parole della stessa artista. Le opere, molte delle quali inedite, cariche d’erotismo e ironia, suggeriscono al riguardante di costruire una propria linea narrativa e lo inducono a riflettere su vizi, virtù, tabù, contraddizioni e aspirazioni del genere umano.La connessione tra le sculture, le tavole scolpite e i disegni presentati presso la galleria Après-coup Arte non è solo di natura iconografica e iconologica ma riflette lo slancio irrazionale che contraddistingue l’approccio al lavoro della Mutinelli. Ogni opera va intesa come un’allucinazione, un’idea colta nell’istante in cui si manifesta per la prima volta, una folgore in grado di rapire improvvisamente l’osservatore. La sua arte restituisce sacralità al corpo in quanto tempio in grado di comunicare messaggi importanti e di “parlare” attraverso la forma, l’energia e la forza che emana. I corpi nudi, scolpiti o disegnati, appartengono a esseri liberi, siano essi uomini, donne, dèi, semi-dèi, eroi antichi e moderni, figure mitologiche o creature ibride scaturite direttamente dalle ossessioni dell’artista. Le sue figure ibride -rese con eguale forza espressiva e pari capacità tecniche, sia che impieghi il marmo, sia che si esprima con l’argilla o il bronzo - sconfinano in una mostruosità enigmatica e affascinante.

“Fino a qui noi siamo” è una citazione rubata alle “Elegie duinesi” di Rilke e richiama anche il titolo scelto per una scultura inedita, esposta per la prima volta in questa mostra. Se contestualizzata rispetto alla produzione della Mutinelli può diventare un’espressione poetica capace di indurre alla riflessione sull’urgenza - palpabile, oggi più che mai - di ripristinare i confini dello spazio vitale di ogni individuo, il limite tra reale e virtuale, tra essere e non essere di shakespeariana memoria.Le sue opere ristabiliscono la verità di cui l’immagine può essere portatrice e il contatto con il corpo e i cinque sensi, lottano contro la frammentazione delle informazioni, contro la perdita progressiva della memoria individuale e collettiva.

Il titolo della mostra assume anche una connotazione di natura temporale se inteso come età contemporanea oltre la quale la Mutinelli sembra volersi spingere quando pone domande inesauribili sull’esistere, che affida direttamente alla sua arte. Le componenti irrazionali, magiche ed esoteriche del suo lavoro confluiscono verso un unico punto rappresentato dalla scultura inedita “Cesura”: concepita come un totem sacro al centro della galleria, costituisce il cuore pulsante del cerchio magico in cui è inscritta, formato dalle opere che le ruotano intorno e dialogano tra loro, con i visitatori e con lo spazio circostante. Il mistero, l’inconscio e l’esplorazione dell’invisibile sono alcuni degli elementi chiave che accomunano l’intera produzione della scultrice, indagati a fondo da importanti esponenti di correnti artistiche internazionali nate tra Ottocento e Novecento. Certe figure con gli occhi chiusi realizzate da alcuni maestri del simbolismo europeo sembrano rivivere nei volti della Mutinelli, come nell’opera “Di te solo le ossa”, in cui l’azione di chiudere le palpebre è evocazione della notte, segna i confini fisici dell’essere umano e, con esso, i confini dell’invisibile. La naturalezza di questo gesto si rivela molto più potente della costruzione di qualsiasi muro o barriera, in quanto disegna un limite invalicabile per cui ciò che accade dentro l’uomo rimane insondabile segreto e mistero, elementi di cui l’arte della Mutinelli si nutre e di cui difficilmente potrebbe fare a meno.

La scultrice si addentra in profondità nei meandri del pensiero di Seneca e Ovidio, nella poesia e nella letteratura di Rainer Maria Rilke, Umar Khayyām, Antonio Porchia, Dino Buzzati, Italo Calvino e Herman Hesse, nei miti antichi. Ed è attraverso queste molteplici fonti che assume il ruolo d’interprete moderna di un’ansia collettiva che è specchio dell’età contemporanea: l’ossessione del nuovo millennio di essere destinati all’anonimato, che sembra nascere dalla logica secondo cui il successo dovrebbe costituire il fattore imprescindibile in grado di conferire valore aggiunto o, peggio, significato, alle vite delle persone, così come al lavoro degli artisti.

 

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