Quel che resta – Monica Faggiani

QUEL CHE RESTA. A proposito di mobbing, shocking e altre amenità
di e con Monica Faggiani
aiuto regia: Silvia Soncini
grafica a cura di Andrea Finizio
disegno luci di Alessandro Tinelli

“Quel che resta” nasce da un’urgenza personale. Vive dentro un percorso di ricerca di sé. Attraversa brandelli di verità evanescente. Per questo è un lavoro onesto. Come tutti i lavori onesti, diventa coscienza collettiva. Ognuno, in sala, ha qualche nodo da sciogliere.

Una marea di rosso inonda la scena. Niente di cruento. Il rosso, qui, è il sentimento che si mette nelle cose. Forse è proprio la passione per il teatro. Che qui rivela, in modo cristallino, la propria forza espiatrice e salvifica.
Rosso l’abito, rosse le scarpe. Rosso lo smalto sulle unghie. Rosse, a formare un semicerchio, dieci piccole seggiole: come i sassolini di Pollicino, aiutano a ritrovare la memoria di ciò che si era. Ci sovviene, anche, Cappuccetto Rosso. A tutti capita di smarrirsi nel bosco. Le luci in sala (di Alessandro Tinelli) sono blande, e non frenano la relazione degli sguardi. Anche i rimbalzi oculari sono terapeutici.

“Quel che resta” è restituzione dell’infanzia, ma anche recupero del presente e del futuro. Sogni di bimba, ancora da realizzare. Su quelle seggiole, in una stanza del passato, i diari di ragazza, i copioni degli spettacoli, un mangiadischi, i film, tracce di un percorso di formazione.
Di un rosso scialbo sono anche i chicchi di melograno che legarono per sempre Persefone all’Ade, al dio che l’aveva rapita e portata agli inferi. Anche se, per metà dell’anno, la dea tornava a riveder le stelle. “Quel che resta” fa riferimento al mito, ma anche a “Candy Candy”, il manga che spopolava negli anni Ottanta. Candy spigliata e giocosa, combattiva e garbata. Sincera, fino all’autolesionismo. Candy funambolica e vitale, in grado di risorgere attraverso infinite avversità. Incapace di rinunciare all’amore assoluto, che ti cambia la vita.

L’amore vero non può slegarsi dalla felicità. Tra denuncia e sfogo, “Quel che resta” scioglie un grumo di sentimenti. Monica Faggiani, forse con qualche dettaglio pleonastico, con occhiali ancora da centrare, prova a scrollarsi il calvario del passato. Penetra i sottili meccanismi, l’incomunicabilità, le trame perverse che definiscono mobbing e shocking.

«Ora le tue labbra puoi spedirle a un indirizzo nuovo». “Quel che resta” è diario, poesia, canzoni, ilarità. È crogiuolo di sorrisi e sforzi creativi per esprimere il dolore. È confessione liberatoria, rivelatrice. Per chiudere una pagina. Per ricominciare altrove.

Quel che resta – Monica Faggiani